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FRANCO FERRAROTTI, SOCIOLOGO

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“Etica e Diritto oggi in Italia” (intervento registrato a Roma il 28/02/08 da Roberto Sparagio - Coboldo)


Il sociologo tiene conto della formulazione giuridica solo fino ad un certo punto. La perfezione giuridica della formulazione legale degli articoli costituzionali è di per sé una garanzia ma è anche un limite, un blocco. Noi consideriamo sempre la Costituzione, sia nel suo aspetto giuridico formale sia nel suo aspetto materiale, cioè così com'è applicata. Costantino Mortati, uno dei responsabili della nostra Costituzione del dopoguerra, del post-fascismo, distingueva fra Costituzione formale e Costituzione materiale.
Io non sono entusiasta della nostra Costituzione. Sono contrario alle Costituzioni perfezionistiche, sono contrario alle Costituzioni scritte e soprattutto sono scettico, non dico cinico, ma scettico, verso le Costituzioni in cui tutto è previsto e risolto, dalla difesa del paesaggio al pieno impiego. Ho scritto un libro in cui si diceva che l'Italia "è una Repubblica fondata non sul lavoro ma sul pallone", sul gioco del pallone.
A parte questo, devo dire che la Costituzione italiana riflette, purtroppo, oggi, nelle condizioni attuali, le esperienze immediatamente precedenti, che erano quelle dell'accentramento fascista. E' una Costituzione gravemente in ritardo con le esigenze di un mondo quale quello in cui oggi viviamo.
E' una Costituzione che ha la separazione dei tre poteri: esecutivo, giudiziario e legislativo. E' una Costituzione che, giustamente preoccupata per l'accentramento fascista, ha finito per contrapporre un potere all'altro provocando la stasi dei poteri: noi abbiamo, in effetti, una carenza di potere esecutivo e di assunzione di responsabilità delle decisioni. La paralisi, il bloccaggio della società italiana non è dovuto solamente a questo ma è anche dovuto a questo. E' una Costituzione in cui si rovescia il momento cruciale che dovrebbe essere attuato in una situazione moderna, di un Paese mediamente avanzato.
Noi abbiamo in effetti un Primo Ministro che non può decidere, un Parlamento che sarebbe onnipotente ma, proprio per sua natura, non prende decisioni, e un Potere giudiziario che spesso deve supplire alle carenze degli altri due, il che è uno dei problemi della Magistratura italiana. Quindi siamo in presenza di una situazione in cui un potere scarica le proprie responsabilità sull'altro, l'altro torna sull'uno, e si determina quindi una situazione di stasi pressoché assoluta, quindi di distacco fra strutture istituzionali - Governo come esecutivo, Parlamento come legislativo, Magistratura come giudiziario - e i cittadini.
Oggi, le domande della Società non possono venire, non dico risolte ed evase, ma neppure ascoltate da questi tre poteri che si escludono a vicenda, hanno i loro problemi interni e si parlano tra loro. La cosa incredibile non è che gli italiani non siano legati alle loro istituzioni ma è che le istituzioni, i politici, i magistrati, gli uomini di governo si parlano tra loro e non concludono nulla, passano da un convegno all'altro, passano da una riunione all'altra, ma non hanno alcuna capacità decisionale! La capacità decisionale dovrebbe essere dell'Esecutivo, con un Parlamento capace di controllarlo, con un Giudiziario pronto ad intervenire ma in realtà, c'è una sorta di neutralizzazione reciproca che comporta, come esito quasi necessario, una stasi pressoché assoluta, una società bloccata anche se molto vivace. Questo è il mio punto di vista: abbiamo una classe dirigente che non dirige, che mira a durare e non a dirigere, perché sa che ogni decisione comporta un esito, positivo o negativo che può essere giudicato. E questa è una classe dirigente molto astuta, sa che se vuole durare non deve dirigere.
Abbiamo fatto uno studio sul potere - solo a Roma, purtroppo, non avevamo altri mezzi - e abbiamo scoperto che il potere più oppressivo, più terribile, è il potere che rifiuta di esercitarsi come potere: vuole avere tutte le prerogative, vuole avere tutte le strutture in mano, vuole avere tutti i dati ma non li usa per dirigere.
Abbiamo trovato un concetto del potere come appannaggio personale e privato, cosa che, secondo me, solo ripartendo dalla base della società può essere rovesciata.
Voglio dire un'altra cosa: una delle cose che ammiro nell’esperimento-Damanhur è la dinamicità, la mutevolezza, la capacità di evoluzione costituzionale. Dirò di più: i veri Paesi democratici sono quelli senza Costituzione. La culla della democrazia moderna, l'Inghilterra, non ha Costituzione! Questo non viene mai detto dai nostri politologi perché sono malati di infallibilismo, una malattia tipicamente professionale - di cui anch'io soffro, come loro - ma l'Inghilterra ha soltanto alcune, non tante, leggi specifiche e non una Costituzione. Perché? C’è un testo che andrebbe ripreso, "Lo spirito della Legge" di Montesquieu che spiega perché la legge formale non esaurisce la sostanza del sociale. La legge formale può, non appena diventa anche solo in parte obsoleta, da una parte diventare una menzogna - per esempio, obbligare un Paese ad avere il pieno impiego - dall'altra una sorta di camicia di forza che lega le capacità propulsive e dinamiche della vita. Occorre avere delle Costituzioni, se si vuole avere una Costituzione, che cambiano. La Francia, che ha questo gusto giacobino, napoleonico, cartesiano, ne ha avute cinque!
Ogni Costituzione scritta e perfezionistica ha bisogno di emendamenti e correzioni costanti, sarebbe meglio non averla. Io capisco che questo fa male agli antifascisti - per carità, io sono uno di loro - ma visto che la Costituzione c'è, bisogna renderla cangiante, mutevole, farla aderire ai comportamenti mediamente maggioritari, renderla abbastanza aperta per ascoltare e cercare di comprendere le domande della società.
Il principio gerarchico, l'autoritarismo italiano ha radici profonde. In Italia c’è la presenza dell'unica, bimillenaria autocrazia assoluta, con un gerarca che è monarca totale, dotato anche dell'infallibilità: il Vaticano, che è lo Stato garante della Chiesa Cattolica. Questo è un dato abnorme, non esiste altrove. Noi possiamo pensare all'Unione Sovietica di Stalin, dove c'erano almeno degli artisti dissidenti, c'era un Sakarov… Qui chi c'è? Don Franzoni? Non scherziamo!
Gli italiani hanno perduto l'Impero Romano nel 476 dopo Cristo con Romolo Augustolo ma hanno inventato la Chiesa Cattolica: siamo sempre di fronte ad un principio di autorità assoluto che nega qualsiasi tentativo di frantumazione del potere sociale in favore di comunità locali circoscritte e specifiche, quello che Adriano Olivetti chiamava “comunità concreta naturale”.
Mi permetto di esprimere ammirazione per il vostro esperimento, pur conoscendolo poco, proprio perché è un esperimento che va contro questa situazione. Mi interessa molto per una serie di ragioni ma soprattutto perché riparte dalle basi della società.

COBOLDO
Noi riteniamo che potrebbe essere utile avere, in qualche modo, una legge che consentisse di riconoscere la natura giuridica di una comunità intenzionale. Lei sa che in Italia ci sono tantissime leggi, sicuramente troppe, ma non una legge di questo tipo, che in qualche modo potrebbe consentire a comunità intenzionali, di qualunque natura esse siano - non religiose, quelle hanno già una tutela – di stabilire un rapporto chiaro tra la comunità intenzionale, e quindi il territorio locale, e l'autorità statale.

FERRAROTTI

Nella situazione odierna credo che sia senza altro positivo, cercare di stabilire un dialogo, una comunicazione a due vie, che spezzi un potere che guarda i cittadini come popolazione sottostante. Mi pare molto bello. Non vi è dubbio che per la struttura mentale e per la configurazione giuridica oggi prevalenti, una qualsiasi sottrazione di funzione anche, limitatamente, ad un territorio ben circoscritto allo Stato, verrebbe vissuta come non accettabile, però... A suo tempo, feci parte della Commissione stabilita dall'On. Fanfani, allora Primo Ministro, per l'attuazione delle Regioni. L'attuazione delle Regioni poneva già allora un vero e proprio problema di decentramento di funzioni, ma soprattutto poneva il grosso problema dei costi. Io facevo parte della sottocommissione economico/finanziaria. Il nostro consiglio, peraltro completamente disatteso da Fanfani, fu di operare un decentramento con due condizioni fondamentali: primo, che restasse la funzione centrale di coordinamento dello Stato, quindi lo Stato restava in piedi ed era uno Stato democratico, rappresentativo, costituzionale, repubblicano; secondo, la non duplicazione dei livelli di governo, quindi prima domanda l'abolizione immediata delle province. Per me, del resto, era una zuppa riscaldata, riprendevamo la polemica di Einaudi e soprattutto di Gaetano Salvemini e poi non ultima quella di Comunità, di Olivetti, preceduta dal MARP (Movimento Autonomista Regionale Piemonte).
Le vere rivoluzioni si compiono all'insegna del vecchio motto della popolazione di Boston: "No taxation without rappresentation, no rapresentations without taxation!" Se io sono il rappresentante di una comunità devo governare le risorse della comunità. Questo è il punto fondamentale. Il punto fondamentale è il potere fiscale, l'uso delle risorse determinate dall'imposizione fiscale.
Lo Stato lo accetta solo in base a un assurdo, solo se c'è una doppia imposizione, un’imposizione locale e una nazionale. Siamo chiusi in una conformazione giuridico-formale perfetta, è la perfezione di un cristallo. Lo Stato non può rinunciare ad una sua funzione senza mettere in crisi la Costituzione. Quindi la mia risposta alla sua domanda molto precisa è questa: sì, con riserva; sì, senza illusioni; dialogo, senza aspettarsi miracoli.

COBOLDO
Lei ha insegnato in molti Paesi e quindi si è fatto un'idea del funzionamento della Giustizia in Paesi diversi: qual è la differenza di funzionamento della Giustizia in alcuni grandi Paesi rispetto all'Italia?

FERRAROTTI
Primo, nei paesi di cultura anglosassone i giudici a livello basso ed intermedio sono eletti.
Secondo, il giudice non interpreta la legge riportando, diciamo, il caso specifico alla lettera, alla formula dell'articolo di legge, civile o penale, ma attua la legge, fa la legge. Ciò che rende il sistema coerente con se stesso non è la sussunzione in una formula ma, invece, il precedente. Il precedente è fondamentale, e per questo ci vuole un giudice. Qui tocchiamo il problema di un’etica vissuta. Ci vuole un giudice eletto dalla Comunità, che risponde alla Comunità; è un giudice, d'altra parte, che conosce i precedenti. La grande differenza, una differenza fondamentale è che non c'è il concetto di carriera giuridica ma c'è questo elemento di crogiuolo democratico dal basso che è il processo elettivo, che ha indubbiamente degli aspetti anche negativi – uno che fa demagogia, un altro che è legato all'interesse ecc. - ma in una comunità eticamente accettabile vede comunque l’accadere di pochi scandali, dato che si è sotto l'occhio di tutti.
E poi c'è l’aspetto della rotazione: non si è giudici, come da noi, irremovibili, ma c'è una costante rotazione del personale. Da questo punto di vista, è un sistema non esportabile, è il sistema che si chiama della "legge comune". La legge comune dei Paesi di cultura anglossassone si fa con l'esperienza dei vari processi. C'è anche un altro aspetto interessante: questo senso della tradizione, del passato e della giustizia come è stata fatta e poi ripresa, si esprime anche negli aspetti esteriori. Per esempio, il giudice inglese non si sognerebbe mai di pronunciare una sentenza senza la parrucca.
Mentre da noi la tradizione significa un appesantimento centralistico, burocratico, autocratico, gerarchico, ecc., lì la gerarchia c'è ma è la gerarchia del precedente, cioè dell'esperienza pragmatica vissuta prima, quindi dei modi in cui, praticamente, la giustizia è stata attuata. Non si può quindi mai parlare di amministrazione della Giustizia ma solo di attuazione dell'esigenza della Giustizia.
Debbo dire che la conclusione dei nostri studi - e ci sono studi notevoli - è stata quella della non esportabilità da un sistema all'altro di alcuni insegnamenti che si possono trarre. Quello più importante è quello della separazione delle carriere, cioè la distinzione tra la carriera del P.M. e quella del Presidente del Tribunale.
C’è ancora un aspetto che in Italia grida vendetta: il corpo degli Avvocati, vale a dire le tecniche dilatorie e i tre livelli di giudizio che ci sono in Italia in questo momento, che finiscono per dare corpo a un garantismo che, sommato alla giustizia differita, ammonta poi alla giustizia negata, per cui di fatto per decadenza dei termini e per molte altre ragioni, i veri colpevoli, come sappiamo, riescono spesso a farla franca.

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